Un’altra legge di bilancio “sotto ricatto” e comunque… Monocamerale!

Anche quest’anno l’approvazione della legge di bilancio 2021 (legge n. 178 del 2020) ha messo in luce delle evidenti criticità del procedimento parlamentare che porta al varo dell’atto legislativo più importante dell’anno. Infatti, è ormai prassi che il dibattito parlamentare venga totalmente annichilito sulla base dell’abuso di alcuni strumenti del diritto parlamentare e costituzionale: il c.d. maxi-emendamento e la (contestuale) questione di fiducia.
In sostanza, il Governo ha a sua disposizione lo strumento per superare ogni emendamento delle opposizioni e della maggioranza stessa, proponendo un – appunto – maxi emendamento con cui propone un nuovo testo integrale della legge di bilancio. La votazione di questo emendamento precede quella di tutti gli altri e, nel caso che venga approvato, tutti gli altri emendamenti pendenti sono “superati” o “assorbiti” da tale votazione, che – potremmo dire – tutto chiude.
Peraltro, il Governo normalmente appone la questione di fiducia sul maxi-emendamento e, con questo meccanismo, si assicura la votazione del suo testo, in quanto, se così non fosse, il Governo dovrebbe dimettersi con tutte le conseguenze che potrebbero derivare anche sugli equilibri parlamentari (fino, se necessario, allo scioglimento delle Camere).
Pertanto, ciò che di solito avviene e che di nuovo ha caratterizzato la legge di bilancio 2021 è che la lunga discussione che accompagna l’iter parlamentare dinanzi alla prima Camera (in questo caso, la Camera dei deputati) viene a un certo punto definitivamente “spezzato” per effetto del maxi-emendamento, con cui si arriva al testo definitivo della proposta di legge proprio quando il termine di adozione sta per spirare (in prossimità del Natale e, precisamente, quest’anno ciò è avvenuto il 27 dicembre 2020). A questo punto, la proposta di legge passa all’altra Camera (in questo caso, il Senato della Repubblica), che però si è trovato ad avere a disposizione solo tre giorni per l’approvazione e, pertanto, in nulla si può discostare dalle determinazioni della precedente Camera, o meglio: del Governo, in quanto il testo è ormai “blindato”.
Questo modus operandi è stato già preso in considerazione dalla Corte costituzionale (ordinanza n. 17 del 2019), che allora fece salva la legge di bilancio, in considerazione di una serie di elementi, ma non ha mancato di osservare che la “Corte non può fare a meno di rilevare che le modalità di svolgimento dei lavori parlamentari sul disegno di legge di bilancio dello Stato per il 2019 hanno aggravato gli aspetti problematici della prassi dei maxi-emendamenti approvati con voto di fiducia”. Inoltre, ha lanciato un monito, perché, sebbene abbia rilevato che “in tali circostanze, non emerge(va) un abuso del procedimento legislativo tale da determinare quelle violazioni manifeste delle prerogative costituzionali dei parlamentari che assurgono a requisiti di ammissibilità nella situazione attuale”, non ha però escluso – e qui è il monito – che “in altre situazioni una simile compressione della funzione costituzionale dei parlamentari potrebbe portare a esiti differenti”.
Pertanto, se si ritentasse la strada dell’impugnazione della legge di bilancio 2021, cosa farebbe la Corte costituzionale? Sarebbe ancora accomodante o farebbe finalmente valere il suo “monito” a un’effettiva parlamentarizzazione della legge di bilancio? E come reagirebbe stavolta, se dovesse tristemente prendere atto che il giorno successivo un decreto-legge del Governo (n. 182 del 2020) già procedeva ad alcune modifiche della stessa legge di bilancio, su cui vi è l’esclusiva competenza della legge del Parlamento e non degli altri atti governativi aventi forza di legge?

Paolo Colasante

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